Ermenegildomaria Vissaleffi era uno steward. Aveva cominciato a lavorare ancor prima di diplomarsi.
Voleva cominciare a capire cosa significasse lavorare sul serio e, soprattutto, era stanco di dover chiedere i soldi ai suoi genitori.
All’inizio non era entusiasta di quel lavoro ma poi cominciò a farselo piacere e, spesso, pur non essendo un tifoso, andava volentieri allo stadio.
Aveva stretto amicizia con diversi colleghi, si divertiva, pur prendendo sul serio il lavoro e aveva avuto un paio di storie con delle colleghe.
Ermenegildomaria Vissaleffi allo stadio
Ormai erano passati quasi 9 anni e Ermenegildomaria Vissaleffi ne aveva subite tante, viste altrettante.

Battute di tutti i tipi a ripetizione, qualche uscita memorabile da parte dei tifosi e qualcuno anche dei bimbi.
Si ricordava dopo anni, quando chiese a un papà di bere e buttare la bottiglietta perché non ammessa all’interno dell’impianto.
Mentre il tizio faceva storie, suo figlio di nemmeno 7 anni, alzo gli occhi verso di lui e disse al suo papà
“Papà, basta fare storie, tutte le domeniche ti dicono che non può entrare, e tu insisti, quanto ci metterai a capirlo?”
Nella testa di Ermenegildomaria Vissaleffi era partito un applauso.
Sul suo volto era apparso un sorriso.
Ringraziò mentalmente quel bambino per averlo compreso, quasi fiero.
Per lo stesso motivo durante una partita di Rugby, disse a dei bambini che non poteva entrare la bottiglia.
Uno dei bimbi chiese semplicemente “ma che hanno paura che facciamo i gavettoni alle persone?!”

Ermenegildomaria rise di gusto, stupito di come i bambini, se educati bene, non erano in grado si pensare a tante malvagità.
Avrebbe voluto lasciargli la bottiglietta solo per l’originalità della battuta.
Aveva dato un senso a una giornata pesante, in mezzo a tutte le lamentele degli adulti.
Si limitò a spiegare il perché non potessero entrare, con la consapevolezza che, in qualche modo, aveva portato quel bambino alla realtà.
Una realtà fatta di cattiverie e brutte intenzioni, di odio e violenza.
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